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Questa sura è uno dei segni evidenti di Allah, uno tra i miracoli più grandi nonché prova evidente che Allah ha mostrato in quel tempo per indicare la Sua esistenza e la Sua forza. Vi troviamo anche l’annuncio della nascita del Profeta Muhammad (s) che nacque in quello stesso anno, ricordato dagli arabi come data storica di riferimento.
Quando viene rivelata questa sura al Profeta (s) e lui la legge al suo popolo e alla gente della Mecca, nessuno può negarne il contenuto, ma al contrario lo confermano pur essendo sempre pronti a tacciare il Profeta di menzogna.
Come potevano rinnegare queste parole, se l’avvenimento descritto è stato riportato nella storia e tutti ne parlavano, grandi e piccoli. Avvenimento che insieme alla ricostruzione della Ka’aba, è diventato parte della storia.
La storia di quelli dell’elefante:
Viene riferito da Ibn Kathir nella sua esegesi, che uno dei doni che Allah ha donato ai Coreisciti è il fatto di averli protetti dalla gente dell’elefante che volevano distruggere e cancellare ogni traccia della Ka’aba.
Si narra che Abraha l’Abissino aveva costruito una cattedrale a Sanaa nello Yemen, affinché la gente vi venisse in pellegrinaggio anziché andare alla Ka’aba.
Venne annunciata la decisione di Abraha di deviare il pellegrinaggio a Sanaa, e quando gli arabi udirono la notizia, si adirarono e uno di loro andò nello Yemen, entrò nella cattedrale, la disonorò e poi scappò. I parroci vedendo l’accaduto andarono di corsa dal re Abraha raccontandoglielo.
Il re giurò di andare a distruggere la Ka’aba pietra dopo pietra. Un’altra versione di questo avvenimento, riportata da Muqatil bin Suleiman, narra che alcuni giovani di Coreish, mossi da ira andarono a Sanaa e vi appiccarono del fuoco. In quel giorno tirava un forte vento che causò l’incendio della cattedrale. Abraha si arrabbiò molto e organizzò un potente esercito mettendone a capo un enorme elefante. Si narra che in questo esercito ci fossero altri dodici elefanti.
Nell’esegesi di Sawaf, viene riportato che il piano di Abraha consisteva nel legare delle catene da una parte alle basi della Ka’aba e dall’altra al collo degli elefanti in modo che istigando gli elefanti la Ka’aba crolli.
Quando gli arabi vennero a conoscenza dell’arrivo dell’esercito di Abraha, si sentirono tutti in dovere di proteggere la Ka’aba.
Prima ancora che l’esercito uscisse dallo Yemen, alcuni dei capi della zona condotti da un uomo chiamato Dhu Nafar, riunirono i loro popoli per fermare l’esercito e proteggere così la Ka’aba, ma furono sconfitti dall’esercito di Abraha che continuò il suo tragitto fino ad arrivare ad un luogo chiamato Khuth’om.
A Khuth’om si scontrarono con Nafil bin Habib assieme alla sua tribù, e anche in questa battaglia ne uscirono vincitori. Inizialmente Abraha voleva uccidere Nafil, ma in un secondo tempo lo liberò e lo prese come guida nell’oasi del Hijaz.
Quando l’esercito di Abraha si avvicinò alla città di Taif , i suoi abitanti firmarono un armistizio perché avevano paura che potessero distruggere il tempio che avevano eretto per una loro divinità chiamata Allat. Per guidare l’esercito verso la Mecca mandarono una guida di nome Aba Righal. Giunsero così alla città chiamata Maghmas, molto vicina alla Mecca.
Abraha tese un agguato a questa città dove pascolavano diverse mandrie che furono prese come bottino di guerra. Tra queste c’era il gregge di AbdulMuttabil composto da 200 cammelli.
Venne poi mandato Hinata Alhimyari a Mecca per chiamare il più nobile dei coreisciti e informarlo che il re non li avrebbe uccisi o combattuti se gli avessero lasciato distruggere la Ka’aba. Chiese del più nobile e gli indicarono Abdul Muttalib e gli portò il messaggio con il quale era venuto. Abdul Muttalib gli rispose che non era loro intenzione entrare in guerra e non avevano nemmeno la forza per farlo. Poi aggiunse: “Questa è la Casa di Allah e di Ibrahim, suo intimo (Khalil Allah). Se il Signore vuole, la protegge; se non è Sua intenzione, allora noi non abbiamo la forza per farlo”.
Hinata gli disse quindi di seguirlo e di andare assieme a lui dal re. Arrivarono da Abraha che notò subito Abdul Muttalib e ne fu colpito dall’aspetto. Scese dal trono e si sedettero per terra. Tramite l’interprete Abraha chiese ad Abdul Muttalib cosa volesse e lui rispose di ridargli i suoi cammelli. A quel punto Abraha lo denigrò e gli disse: “Lasci la casa dei tuoi nonni e dei tuoi antenati che sono venuto a distruggere per venire a chiedermi di restituirti i cammelli?”. Abdul Muttalib gli rispose: “Io sono il padrone dei cammelli. La Casa ha il suo Padrone che la protegge”. Quindi Abraha disse: “Nessuno potrà proteggerla da me!” a quel punto Abdul Muttalib gli disse: “Fai quello che vuoi”.
Si narra anche che Abdul Muttalib andò con una delegazione composta dai nobili arabi per chiedere ad Abraha di non avvicinarsi alla Ka’aba offrendo in cambio un terzo delle loro ricchezze. Abraha rifiutò e restituì ad Abdul Muttalib i suoi cammelli.
Tornato alla Mecca Abdul Muttalib ordinò al suo popolo di rifugiarsi sulle montagne vicino alla Mecca e andò con alcuni coreisciti alla Ka’aba ad invocare la protezione di Dio.
Nella versione riportata da Muqatil bin Suleiman si narra che gli arabi lasciarono vicino alla Ka’aba 100 cammelli incustoditi: se l’esercito li avesse presi senza alcun diritto Dio si sarebbe vendicato (li avrebbe puniti per questa ingiustizia).
Il giorno seguente Abraha si preparò ad entrare alla Mecca assieme al suo esercito. Quando però indirizzava il grosso elefante verso la Mecca, questo si fermava e non continuava il suo cammino. Colpirono l’elefante per farlo alzare ma esso non si muoveva. Lo girarono in direzione dello Yemen e lui si alzò correndo, lo girarono in direzione dei paesi dello Sham e successe la stessa cosa. Anche voltandolo verso oriente l’elefante si alzava e andava spedito, ma voltandolo in direzione della Mecca rimaneva bloccato. Dio quindi mandò degli uccelli. Ciascun uccello aveva tre sassolini, uno nel becco e uno in ciascuna zampa. Lo stormo volò sull’esercito e lo colpì con i sassolini. Alcuni soldati morirono subito, altri rimasero feriti e tentarono di scappare ma le loro membra si staccavano dal corpo. Altri ancora scapparono in cerca di Nafil bin Habib (il capo tribù yemenita, preso come ostaggio e poi guida) affinché indicasse loro la strada del ritorno, ma lui li aveva già lasciati alleandosi con gli arabi e rifugiandosi con loro sulle montagne dalle quali osservava come Dio stava punendo l’esercito nella vita terrena prima ancora di quella futura. |
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2. Non fece fallire le loro astuzie?
In questo versetto c’è una minaccia per chi complotta qualcosa di malvagio. Dio fa fallire le trame malvagie e colpisce con le stesse chi le trama.
Disse il Profeta (s): “Attenti alle trame malvagie, perchè la trama malvagia non fa che avvolgere i suoi artefici”.
La fine dell’oppressore è la distruzione, non ne rimane alcuna traccia, e anzi se ne ha un malvagio ricordo, e questa è una lezione per chi vuole intenderla. Quante lezioni ci insegna la storia, ma pochi sono quelli che ne traggono un insegnamento. |
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